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lunedì 13 luglio 2009

[ - 9 left days ] Dalla redazione a Christian "sotto esami"

"tutta la selvaggeria nostra delizia" W.C.Williams
.. ma diciamoci la verità: quando mai si è collaborato sotto esami?" C.Cozzoli


MondoAiLati ha chiuso, si stanno perfezionando le pratiche in questi giorni, la mission 'anpossibol' finisce qui: si dovrà d'ora in poi rinunciare alla selvaggeria che nutriva i nostri migliori propositi. D'0ra in poi ogni pazzia dovrà essere acquisita come tale, senza traslati, quindi attenzione!
Con MondoAiLati intendiamo il tentativo gloriosamente abortito di mischiarci alla vita da Arcavacata su Internet, nascondendo le stimmate della santità universitaria ai più, cercando il passaggio a nord ovest oltre la tiritera scolastica quotidiana.
Non contate su di me perchè editi le mie e le vostre vacanze culturali. Mah, si diceva, oppure oggi che amarezza! ma l'eccezione non c'è più, si rientra.

(questi ultimi - direbbe Giusy - giochi con parole sono un un riflesso fioco, un rictus stilistico, una coda)

[ - 9 left days ] Dalla redazione

Se ci sei batti un colpo: cosa fai? home


2009/7/10 Christian
Io pure ci sono...o ci faccio?

Il giorno 10 Luglio 2009 17.59, editor ha scritto:
ecco, bravo, dicci che fai?!!
cosa tu sia...ci interessa un pò meno, ma visto che ci sei etc etc


2009/7/10 Christian per ora mi sono messo a pubblicizzare VIS MUSICAE sul mio blog, poi devo aggiornarlo..Partecipo ai blog e a breve aggiorno anche il mio che forse è ora... ma diciamoci la verità: quando mai si è collaborato sotto esami? e non mi riferisco solo ad ambienti digitali... Il giorno 10 Luglio 2009 18.21,

Anna Maria ha scritto:
- Hide quoted text -
Christian scherzi, vero?
Il giorno 10 Luglio 2009 ancora Christian:
No tranquilla... è solo uno sfogo (o una constatazione, che dir si voglia) off topic che non ha nulla a che fare con voi della redazione, che anzi ci supportate e sopportate abbastanza,..

sabato 11 luglio 2009

[ -10 left days ] La scuola non ha chiuso invece

[ -10 left days ] Lettera da una professoressa

Se ci sei batti un colpo: di che blog sei fatto?
home


Lettera da una professoressa al termine degli esami
Il sentimento è forza (Giulia che cita Galimberti)

Cari ragazzi,è il 9 luglio del 2009, è sera (quasi notte) la commissione 00671 è stata chiusa a scuola per 12 ore (non preoccupatevi, lo scrutinio è durato molto meno…) principalmente per questioni burocratiche, e sono stanchissima, ma stasera si concludono e poi si aprono molte cose e io vi voglio scrivere, prima di domattina, prima che escano i quadri, prima che a qualcuno venga l’impulso di inviarmi qualche cactus…
Naturalmente spero di no.

Secondo me siete stati davvero bravi. Certo, i voti non sono per tutti uguali. Qualche cosa fatta meglio, qualche altra fatta un po’ meno bene…Certo, qualche punticino manca all’appello (e mi dispiace - tanto) ma per il resto io credo che sarete contenti. Io lo sono molto, insieme a Clelia e Nilla, che oggi è passata a scuola.

Cari ragazzi, vi abbiamo visto brillare (va bè, certi tipi non lo hanno fatto molto, ma loro lo sanno, via, che lo sanno). Le vostre tesine (pardon, i vostri percorsi) erano belli tutti (va bè, qualcuno ha stravolto il mio povero Leopardi, ma lo perdono…qualcun altro ha tirato solo giù quattro parole su Dante, ma mi tocca perdonarlo lo stesso) e hanno di sicuro pesato sul voto.

Avete fatto delle cose belle, originali, sentite e vostre. Vi siete espressi in modo fluente, chiaro e corretto. Siete stati spigliati e sinceri.

Io credo di sapere perché è successo tutto questo. E’ successo perché siete in gamba voi, ovviamente, perché siete intelligenti e vitali, ma poi è successo che ci siamo voluti bene, ci siamo scambiati passioni e fiducia. Intendo tutti, alunni e professori.

Non sempre succede, ma io credo che vi siate fidati di noi. Vi siete fidati della passione che noi insegnanti mettiamo nelle nostre discipline, della serietà e della lealtà con cui lavoriamo, della cura.

Concedetemi di sognare: mentre voi ci facevate innamorare della vostra bellezza, forse noi un poco vi abbiamo contagiato.

Senza nemmeno starci a pensare troppo, sotto la pelle, nei nervi e nei muscoli che fanno sorridere il viso, forse avete anche voi un pochino finito per pensare che davvero la cultura è importante, che davvero l’intelligenza si coltiva, che il nostro essere si migliora. Non vi abbiamo fatto sconti, io non ve l’ho fatti.

Adesso ve lo posso svelare. Ogni tanto mi dicevo: tu sei matta. ‘Sto programma è troppo ambizioso, fermati. Fai meno cose. E invece non mi sono fermata.

Lo sapevo che ce l’avreste fatta a studiare tutto e tanta letteratura (chi più, chi meno….).

Non vi ho fatto sconti e forse voi avete capito, sotto la pelle, che era giusto così, che la forza e la dignità si conquistano così, non con i piccoli gesti di certi scolastici opportunismi.

Vi ha appassionata l’idea di fare le cose bene, di metterci cura, di fare cose interessanti, oltre al fatto che probabilmente vi ha spinto anche una sana ambizione. L’amor proprio è una bella cosa, e anche questa va coltivata.

Vi ricordate le tante domande che mi facevate sulla tesina? Tutto il tempo dedicato a parlarne (di venerdì, naturalmente)? Ha dato i suoi frutti, come lo hanno dato le discussioni con gli altri insegnanti.
E poi vi ricordate quel parlare apparentemente di altro? Quel lasciare ogni tanto la strada su cui eravamo, per qualche digressione, quelle che ci venivano? Non era perdita di tempo, era apertura al mondo, all’intelligenza, alla cultura.

Adesso ve lo posso svelare…non era caso, è pedagogia pura, è precisa scelta didattica.

Forse quello che ci ha dato così tanta gioia in questi esami, è stata una speranza: la cura, la dignità, la curiosità intellettuale, la gioia di vivere, la lealtà, sono tutti valori che i vostri insegnanti hanno cercato di comunicarvi. E forse sono arrivati. Se sì, io spero che vi possano portare tanta fortuna (ach…sto finendo il mio scritto con una speranza…va bè, tanto mica è un tema).

Se sì, spero che vi resti anche un’ultima cosa: per dirla con parole semplici, ci abbiamo messo amore. E l’amore germoglia sempre, e ne genera altro .

Via auguro una vita piena di amore. Mi restano di voi molte cose, di ognuno di voi.
Le metto nella mia valigia
, agito il fazzoletto in segno di saluto e vi mando i miei abbracci.
Per sempre vostra Prof.
(per gli amici Paola).

[ -11 left days ] La scuola chiuderà forse

La scuola che vogliamo c'è già, è Internet nella sua complessa banalità. MondoAiLati ne era la versione autarchica, locale, eccentrica. Ora chiude, prosit! Cosa fatta, capo ha.Internet non può chiudersi nei recinti di una "scuola", non ha senso; quindi la sua dissoluzione - di MondoAiLati non di Internet! - è frutto di un processo naturale, per così dire, o almeno connaturato al mezzo. Le istituzioni scolastiche sono altra cosa dalla scuola di fatto che la rete stende sul mondo globalizzato che viviamo.

se usate i due strumenti di tecniche di analisi che, loggati come utenti google, vi permettono di osservare il complesso delle attività di pubblicazione e di networking potrete pre-vedere il colloquio

[ -11 left days ] Appello di luglio

Soci di youtube? e redattori di vismusicae?
Se ci sei batti un colpo
Orazio, nel pomeriggio invito tutti, io e antonio stiamo per mettere gli ultimi video.
Li inviterò anche ad iscriversi a youtube, almeno.
Non mi intasare la mail così, lo so che vogliono collaborare
Ps. Ho la febbre, uff

domenica 7 giugno 2009

[BarCampus] two (week) 'o clock - domande d'esame

Il rischio di una conduzione ordinaria dello studio, sia da parte dei docenti che dal punto di vista degli studenti, è che l'università-scuola finisca con il selezionare i suoi simili, trascurando proprio la sua mission didattica (*) - piani di allargamento della base di conoscenze in lungo e in largo, più che in alto o in basso.
La questione dei maestri, insomma.
neppure nelle opere più prettamente “accademiche” (e si pensi a S/Z) ha offerto modelli di analisi – nel senso che non basta suddividere un testo in lessi per dire di un autore ciò che Barthes ha saputo dire di Balzac. Prendete pure l'idea di codice proairetico, datela in mano a una allievo senza fantasia, e ditegli di andarla ad applicare, che so, a Peau de chagrin: non ne verrà fuori gran che.[leggi nel contesto]
Ecco, il reprobo è l'allievo senza fantasia, questo detto da un prof, Umberto Eco, che della fantasia in barattolo ha fatto la sua fortuna - pensate ai suoi pseudoromanzi o alle sue snobistiche visioni prive di spirito di avventura; cioè, Barthes quel sensibilone..una specie di mostro libresco (Eco) che ambisce-privilegia in proprio alla condizione di grande ascolto che si confronta con la sensibilità creativa dell'artista Barthes che si confronta liberamente col testo:
La cosa lo aveva molto addolorato, e me ne ero stupito, perché se qualcuno scrive un intero libello parodiando il linguaggio di un autore, anzi il linguaggio dei suoi seguaci, questo significa che il parodiato ha raggiunto una condizione di grande ascolto. Ma tutti ricordiamo, di Barthes, la tenera e dolente sensibilità.[leggi nel contesto]







(*) Don Milani, "la scuola cura i sani e butta via i malati": la scuola-ospedale che lui qui evoca è già una sconfitta, ma in fondo Lorenzo Milani ambiva anche lui al
nostro laboratorio, alla vita che detta le sue regole nelle aule.

martedì 26 maggio 2009

[Chi insegna a Chi] «Chi sa le lingue è un imbecille»

Infatti, quando si parla di una persona non si dovrebbe mai usare l'aggettivo "intelligente" perché la qualità che l'aggettivo vorrebbe designare non esiste.
L'intelligente infatti è una moltitudine di forme, la maggior parte delle quali trova nelle nostre scuole, nei centri di diagnosi psicologica e nel giudizio della gente solo la sua mortificazione.
È noto, ad esempio, che i superdotati vanno male a scuola,perché il modello di intelligenza che iprofessori hanno in mente e su cui misurano i rendimenti scolastici è costruito sulla categoria della "flessibilità", che nel caso dell'intelligenza equivale a "mediocrità".
Flessibile è infatti quell'intelligenza che, versata in ogni direzione,non presenta una particolare inclinazione per nulla,e perciò è in grado di dispiegarsi a ventaglio su tutto perché nulla la inclina in modo decisivo.
Così si stroncano inclinazioni sull'altare della genericità, che non è il nozionismo contro cui si sono fatte in anni passati stupide battaglie, malasupposizione che l'intelligenza sia una dimensione versatile e versata per quaisiasi contenuto.
Non è così! Così come non è da privilegiare, come fa la nostra scuola, l'intelligenza "convergente",che è quella forma di pensiero che non si lascia influenzare dagli spunti dell'immaginazione, ma tende all'univocità della risposta a cui tutte le problematiche vengono ricondotte.

Più interessante, anche se meno apprezzata a scuola, è l'intelligenza divergente" tipica dei creativi, capaci di soluzioni molteplici originali, perché invece di accontentarsi della soluzione dei problemi, tendono a riorganizzare gli elementi, fino a ribaltare i termini del problema per dar vita a nuove ideazioni.

Nei suoi molteplici studi sull'argomento Howard Gardner, i cui libri sono editi da Feltrinelli,mostra che non c'è un'intelligenza generica, quella su cui di solito si applica la misurazione della scuola,ma forme così diverse fra loro che non è possibile unificarle e misurarle in modo uniforme. Ogni forma d'intelligenza, infatti, è percorsa dal "genio",che non èuna prerogativa di Leonardo, ma di tutte le menti che sempre sono inclinate in una certa direzione, a partire dalla quale scaturisce per ognuno la sua particolare ed esclusiva visione del mondo.
Già a livello biologico si constatano differenze abissali per cui, ad esempio, a due anni c'è chi recepisce una sequenza di musica classica come "armonia" e chi come "dissonanza". Allo stesso modo c'è una "intelligenza linguistica" per la quale le parole non hanno profondità, ma superficialità.

Questi non sono giudizi di valore, ma dimensioni geometriche, in base alle quali il profondo haa che fare conia verticalità e ilsuperficiale con l'orizzontalità.

Un'intelligenza linguistica non scopre una parola nella sua radice e nel suo spessore di significato,ma è molto abile nel trasporre un termine o una costruzione da una lingua all'altra.
Ciò lascia supporre che chi è padrone di molte lingue ha un'intelligenza che non è turbata dalle differenze antropologiche e dalle differenze di mondo che in Italia hanno generato un
linguaggio e in Germania un altro, per cui senza questo carico antropologico e senza questa sensibilità per la differenza dei mondi, può trasporre con maggiore agilìtà un termine da una lingua all'altra.

Per questo Nietzsche poteva dire: «Chi sa le lingue è un imbecille». L'espressione è perentoria e per i professori di lingue può suonare persino offensiva, ma il senso non è recondito.
Intanto si può trasporre un termine da una lingua all'altra in quanto non ci si è inabissati nel suo senso e la parola nonci ha fatto prigionieri della sua profondità.



C'è una "intelligenza logico-matematica" che sulla terra non vede cose, ma analogie e rapporti: «Il primo uomo - scrive Whitehead - che colse l'analogia esistente tra un gruppo di sette pesci e un gruppo di sette giorni compì un notevole passo avanti nella storia del pensiero». Per questo tipo di intelligenza le cose perdono illoro spessore materiale, il pesce non rimanda al mare e ai naviganti, così come i giorni non rimandano alle opere quotidiane che Esiodo descrive ne Le opere e i giorni.
Per l'intelligenza logico-matematica le "cose" diventano "rapporti" e i numeri che li esprimono diventano la "spiegazione" del mondo, nel senso in cui diciamo che qualcosa si "di-spiega''', si apre alla leggibilità. Platone ne aveva ben coscienza, per questo sul frontespizio dell'Accademia da lui fondata aveva fatto scrivere: «Non si entra qui se non si è geometri».

C'è poi una "intelligenza musicale" che materializza la geometria nel suono. Questa materializzazione instaura l'uomo come colui che ascolta il ritmo di una creazione che lo trascende. La musica non si "dice", si "ascolta", e l'orecchio diventa quel padiglione
aperto al mondo per cogliere quella "armonia invisibile" che, al dire di Eraclito, «val più della visibile». Ascoltate da un' intelligenza musicale le parole cessano di avere un senso per guadagnare un suono. Dominante non è più il significato, ma la voce, ilsuo tono, da cui si desume un senso nascosto del mondo che non si può "dire", ma solo "u-dire".
C'è una "intelligenza spaziale" che dispiega un mondo che sfugge alle coordinate geometriche, per offrirsi alle azioni che disegnanoquella spazialità visiva, sonora, emotiva che è anteriore alla distinzione dei sensi, perché il valore sensoriale di ogni elemento è determinato dalla sua funzione nell'insieme e varia con questa funzione.
Per il navigante, ad esempio, il mare non è uno spazio oggettivo, ma un campo di forze percorso da linee di forza (le correnti) e articolato in settori (le rotte) che lo sollecitano a certi movimenti e lo sostengono quasi a sua insaputa.
La terra che intravede, le correnti che sente, le onde che taglia non gli sono presenti come un dato oggettivo, ma come il termine delle sue intenzioni e delle sue azioni. Nella burrasca non percepisce cose, ma fisionomie: fisionomie familiari come la terra che a distanza si profila, e fisionomie ostilì come le onde nella cui altezza scorge non tanto una dimensione quanto una minaccia.
Se nello sguardo il navigante è magicamente congiunto alla meta, è nella forza e nell'azione dei suoi gesti la possibilìtà di pervenirvi. Qui la sua intelligenza è tutta raccolta nella dialettica corporea tra l'ambiente e l'azione.

C'è poi una "intelligenza corporea" che guarda ilmondo non per scoprirlo, ma per abitarlo.
Abitare nonè conoscere, è sentirsi a casa, ospitati da uno spazio che non ci ignora, tra cose che dicono il nostro vissuto, tra volti che non c' è bisogno di riconoscere perché nel loro sguardo ci sono le tracce dell'ultimo congedo.
Abitare èsapere dove deporre l'abito dove sedere alla mensa, dove incontrare l'altro.
Abitare è trasfigurare le cose, è cari carie di sensi che trascendono la loro pura oggettività, è sottrarle all'anonimia che le trattiene nella loro inseità, per restituirle ai nostri gesti abituali, che consentono al nostro corpo di sentirsi tra le "sue cose", presso di sé.
Frequentando il mondo, l'intelligenza corporea non è mai percorsa dal sospetto che la sua
percezione possa essere un'illusione rispetto a qualche presunta verità in sé, perché, proprio confrontandole con le percezioni, ha imparato a riconoscere le illusioni che sono sempre ospitate dal silenzio del mondo, da una risposta mancata

C'è infine una "intelligenza psicologica" per la quale il mondo è uno specchio di sé. Proiettando i propri vissuti,gli uomini hanno incominciato a catalogare la natura secondo i miti dell'anima.
Ne è nato un mondo immaginario di cui ipoeti e imistici sono i gelosi custodi. A loro si deve la nobiltà delle nostre passioni. In forma mitologica hanno saputo affidare al cielo quanto noi oggi in forma patologica affidiamo alla psichiatria.
Perché gli uomini non vivono più all'altezza delle loro passioni?
Perché nei loro desideri non scorgono più un'intelligenza?
Perché, dopo averle private della loro intrinseca intenzionalità, si rassegnato alle nostre passioni solo lo spazio opaco e buio dei nostri corpi? Che ha fatto la ragione di noi? Dove ci porta l'itinerario dell'intelligenza scientifico-tecnica divenuta egemone?
Non perdiamo così e per sempre le tracce del cammino percorso?
Agli uomini della scuola l'invito a non demolire quelle diverse forme di intelligenza in cui è custodito un potenziale di umanità diversa da quella oggi compiutamente dispiegata
sotto il segno della tecnica. Contro la tecnica non abbiamo nulla da obiettare se non la sua funzione egemone e totalizzante, che lascia perire ai suo margini tutto quel volume di
senso che, non essendo tecnicamente fruibile, è lasciato essere come parola inincidente, puro rumore che non fa storia.
Ma per questo è necessario che la scuola si declini "al plurale" e insegua, attraverso un'articolazione totale, tutte quelle forme di intelligenza in cui sono custodite quelle possibilìtà che, in un mondo sempre più strutturato in modo funzionale, diventano gli unici ricettacoli del senso. Un senso trovato in sé, nella forma della "propria" intelligenza.

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